Introduzione

L’edificio in cui ha sede il seminario vescovile, fu costruito tra il 1715 e il 1730 dall’architetto Carlo Buratti su commissione del cardinale Innico Caracciolo. La sua origine risale al’anno 1566 quando l’allora vescovo di Aversa, il pisano Baldovino de’ Baldovini, lo istituì in ottemperanza alle prescrizioni del Concilio di Trento.

SEMINARIO IERI E OGGI

All’epoca l’edificio constava dei due sole stanze con annessa la cappella di ‘San Benedetto’. Crescendo il numero dei seminaristi, si pose la necessità di un fabbricato più ampio, sicché nel 1594 il vescovo Pietro Orsini acquistò dalla famiglia del Tufo un palazzo poco distante dall’attuale chiesa di San Domenico. Questo nuovo seminario rimase in funzione fino al 1705, ma già dal 1697, con il Cardinale Innico Caracciolo, si pensò a realizzare una nuova costruzione dov’era nato il seminario cinquecentesco, addossato al Duomo e in diretta comunicazione con l’episcopio, inglobando nella nuova fabbrica la cappella di San Benedetto, il palazzo del reggimento e palazzo Scarano. La costruzione dell’edificio, iniziata negli anni 1711-1713, affidata al Buratti, già coinvolto dal Caracciolo nel rifacimento barocco della cattedrale di Aversa. Dal 1715 e in particolare dal 1723 fu coinvolto nella direzione dei lavori anche l’architetto romano Francesco Maggi. Il nuovo Seminario, non ancora del tutto terminato, fu inaugurato il 16 settembre 1725.

Il prospetto principale, su Piazza Normanna, presenta al primo piano il portale d’ingresso in piperno, evidenziato da tre scalini e due colonne in granito che sostengono una semplice trabeazione; disadorne finestre con grate completano il primo ordine collocandosi, tre per parte, ai lati dell’ingresso. Il secondo piano presenta al centro, in corrispondenza del portale, una grande finestra con timpano e balcone balaustrato; semplici finestre poggiano su di una cornice aggettante che corre lungo tutta la facciata, marcando la divisione tra il primo ed il secondo piano.

La facciata, che doveva originariamente concludersi con un ulteriore cornice al di sopra del secondo piano, presenta una sopraelevazione che ne altera in parte l’aspetto.

Attraversando il portale d’ingresso e percorrendo, si accede al portico rettangolare, scandito da due ordini, segnati da nove pilastri sui lati lunghi e sei su quelli brevi. La cromia è basata sull’alternanza del piperno e dei mattoni. Nel primo ordine i pilastri che reggono archi a tutto sesto trovano precisa rispondenza, sulla parete interna, in ritmate aperture (vani di porta); tutto il porticato è coperto con volte a vela. Nel secondo ordine è attuato un raffinato gioco prospettico e chiaroscurale tramite la presenza di archi strombati verso l’esterno poggianti su di un basamento con piani plasticamente movimentati: in tal modo il Buratti riuscì ad adattare le aperture alle necessità del corridoio del secondo piano, diviso in campate corrispondenti agli archi e voltato con cupole sferiche su pennacchi. È documentato che nel 1716 procedevano i lavori dello scalone d’onore. Ad esso furono apportate modifiche nel 1797, quando fu realizzata la balaustra in marmo disegnata dall’architetto Pietro Farinati di Napoli. Il terremoto del luglio 1930 provocò notevoli danni all’edificio, che fu in seguito riparato ed accresciuto di nuove aule con la direzione dell’ingegnere Solimena responsabile anche della chiusura delle arcate superiore del cortile porticato con telai vetrati.

Dallo scalone si accede al corridoio che, al primo piano, gira intorno al cortile centrale. Le soluzioni artistiche adottate in questo ambiente sono più ricercate rispetto a quelle attuate nel piano sottostante: le membrature sono elegantemente sottolineate dalla ripetizione di lesene e pilastri; la copertura delle campate, segnate dagli archi aperti sul cortile, è ottenuta con volte a calotta sferica, che si susseguono nei lunghi ambulacri creando un magnifico effetto prospettico. Il pavimento, attualmente in marmi policromi è stato sostituito negli anni ‘80 del Novecento a quello originale. Al primo piano, si accede al Salone della pinacoteca sono collocate opere di diverse epoche e provenienze, tra cui emerge per qualità la Madonna col Bambino tra i Santi Pietro, Paolo e Carlo Borromeo, opera firmata e datata di Paolo de Matteis (1720), un tempo posta sull’altare della Cappella maggiore del Seminario.

Sul lato meridionale, si apre la cappella maggiore, realizzata ad aula unica rettangolare con le pareti laterali scandite da una cappella su ogni lato e coperta da una volta a botte lunetta.

Nel presbiterio, sopraelevato di due gradini, è collocata la mensa liturgica realizzata in marmo bianco di Carrara, dono del Vescovo Milano in occasione dell’Anno Eucaristico; è presente sul lato frontale, un alto rilievo ritraente la Cena in Emmaus. Da notare sulla parete di fondo il mosaico raffigurante Maria Mater Ecclesiae tra i Santi Paolo e Carlo Borromeo, opera di Giovanni Brancaccio (1964), e la piccola tela solimenesca della Madonna dei giovani.

Dio non è lontano da noi, è il respiro che ci anima, la scintilla silenziosa che guida i nostri passi, anche quando non ce ne accorgiamo.”

–  Don Sebastiano

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